Mariano Apa, 2008

di Mariano Apa

Flaminio Gualdoni ricostruisce analiticamente e con respiro storiografico l’itinerario della cultura artistica di Paolo Annibali, nella recente monografia del 2007 per la grande antologica di San Benedetto del Tronto e di Roma. È una monografia che si pone equivalente all’altra, uscita nel 2005 in occasione dell’inaugurazione della Porta del Giubileo di Jesi, con gli importanti saggi di Armando Ginesi e di Mons. Carlo Chenis. Insieme a Gualdoni, ecco nella monografia del 2007 anche il bellissimo ed importante saggio di Mons. Carlo Chenis a cui si deve un’importante analisi dell’opera sacra di Annibali e, attraverso questo corpus di opere, si concretizza un saggio sulla metodologia dell’approccio all’arte sacra. Con Gualdoni e Chenis e con Ginesi e Chenis si proclama in Paolo Annibali una unità metodologica che rende giustizia alla cura storiografica con cui si affronta un’artista contemporaneo. Flaminio Gualdoni pone per Paolo Annibali la condizione della “verifica al momento cruciale” e di come la sua sia “un’arte di senso, un’arte etica”. Paolo Annibali, scrive gualdoni “è partito da Martini (…) dal Martini che dell’immagine faceva apparizione, flagranza di un senso che da narrativo si inoltrava nei corsi impervi del simbolico, del senso alto e definitivo. Era la scultura come materia che si fa corpo, e come individuo plastico che si fa protagonista di un narrare sintetico, sospeso, distillato d’una storia che vuole lo spazio in filigrana scenica per farsi situazione esemplare. Le opere di Annibali si presentavano come brani essenziali di luogo e come situazioni essenziali dello stare della figura. Erano architettura e vuoto, presenza e inquietudine dell’altro. I suoi personaggi non esibivano, non narravano un accadimento, ma un’intensa e per certi versi introversa condizione psicologica, ritrovata in quel rapporto disagiato con lo spazio”. Si deve ad Armando Ginesi la importante analisi della Porta del Giubileo per la citata Cattedrale di Jesi, dove si sistematizza un percorso critico coerentemente giunto alla piena maturità. Annibali si diploma all’Accademia di Macerata, con Trubbiani, nel 1981. Annibali ha perseguito con attenzione il ripensamento figurale tra Donatello, Rosso e Giacometti, virando con attenzioni segrete al Melotti rosminiano. Tra l’effervescenti sculture dell’ultima stagione, con particolare interesse si impongono i grandi disegni. Autentici spartiti cromatico-iconologici, dove la figura svapora dentro l’incrocio di una “pittura disegnata”. Altresì, all’opposto in apparenza una sorta di scultura-istallazione realizza la scenografica “azione” con “Il mare, il ritorno”, dalla banchina di San Benedetto a Riva Malfizia, e propone un’autentica sacra rappresentazione del tempo e dell’attesa, del viaggio e del “ritorno”. Tale disposizione scultorea in quanto azione istallata si rende equivalente dei grandi disegni. Infatti sulla superficie della carta intelata abbiamo la medesima logica della scultura usata come istallazione. Si riempie lo spazio non con la localizzazione degli elementi, ma si realizza con gli elementi medesimi- scolpiti o raffigurati, in bronzo o dipinti a matita – un campo dei tempi in andirivieni tra passato e futuro, negli incroci significanti dei valori figurali che rompono la datiti figurale per imporre la loro segreta significazione di madrigale del pensiero: Paolo Annibali tange la riserva concettuale del proprio bagaglio culturale, ma si riserva la permanente dizione della figurazione rinnovata, celebrata come spartito musicale.

Paolo Annibali
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