Fugaci Liturgie

di R. Bossaglia
02/02/2000

La scultura, fra tutte le espressioni artistiche, è da sempre legata all’esaltazione della persona, quando non alla sua celebrazione; una celebrazione che, a seconda dei casi, si fa anche santificazione, ma non nel senso di spiritualizzare la figura rendendola incorporea, bensì, al contrario, di un sublimare allegoricamente la sua fisicità. Sono considerazioni ovvie, ma che mi paiono opportune nell’aprire il discorso su un artista attuale, ben radicato nella cultura del suo tempo, ben consapevole della straordinaria vicenda che ha visto nel nostro secolo, e segnatamente in Italia, il fiorire di una produzione scultorea, anche e proprio nell’ambito figurativo (per intenderci non di linea astratta) , dalla qualità altissima; un artista dunque calato nel contemporaneo, ma all’interno di una cognizione di una sacralità dell’oggetto scultoreo che è di per sé fuori del tempo. Nel considerare la produzione di Annibali si individuano con chiarezza alle sue spalle, modelli espressivi di fondamentali maestri contemporanei – segnalerei soprattutto Arturo Martini e Pericle Fazzini - ; così come si avverte il riverbero della statuaria etrusca, ma proprio questo confronto con le radici culturali consente l’individuazione di una personalità autonoma, di una stretta coerenza con sé stessa, quotata a un’asciuttezza di linguaggio che si sposa nel medesimo tempo con una ritmica dinamicità. Ed è questo il tono dei suoi altorilievi, nelle porte realizzate alcuni anni or sono, dove l’azione, semplicemente simbolica dati i temi e la destinazione delle opere, è vissuta in una ripresa dall’alto, come su palcoscenici guardati dai piani alti del pubblico; ed è appunto azione, ma emblematicamente fissata nei suoi momenti cruciali. Già in queste opere Annibali, pur rispettando alcune convinzioni iconografiche legate al remoto storico delle vicende, è orientato a vestire i suoi personaggi con abiti moderni, onde sottolineare nei singoli episodi il permanere dei loro valori, etici e spirituali fuori del tempo. La spinta a riflettere sull’attualità e sul quotidiano si fa in lui via via sempre più forte: non tanto come indagine di tipo veristico, quanto come simbologia del significato esistenziale che ogni evento o gesto umano rivestono, e – come dice bene lo stesso artista, capace di un’esplicita teorizzazione del proprio operare – rendono l’uomo “interprete simbolico di una sacralità della vita”. Questo tipo di rappresentazione, questa imagerie volutamente povera e domestica prende appunto corpo in individui vestiti con abiti borghesi i quali, nella penultima produzione dell’artista, si inseriscono in asciutte scabre strutture di tipo architettonico. La padronanza della tecnica del cotto consente ad Annibali di mimare stoffa, legno, pietra e così via con leggerissime ma significative variazioni di effetti. E i suoi personaggi sono per la gran parte nell’attitudine di aprire spiragli verso il mistero, se vogliamo anche verso l’aldilà, dal momento che, talvolta, sul loro corpo di sostanza ponderale spuntano angeliche ali.
Ma non è questo ancora l’ultimo approdo della fantasia e della formula espressiva dell’artista che, in rigorosa fedeltà alla propria fisionomia, ha portato oltre il suo discorso sulla trasfigurazione simbolica della quotidianità. Le opere più recenti siano esse piccole terrecotte o siano bronzi dalle maggiori dimensioni, colgono sempre gli individui all’interno di un ambiente di vita; ma questa volta i tratti somatici sono più approfonditi e differenziati, l’abbigliamento puntualizzato nei particolari, e sottolineato nella sua stratificazione usuale anche dalle varietà automatiche; in qualche caso identifichiamo veri e propri ritratti, così come l’ambiente medesimo è identificato tramite arredi plausibili. Questo procedere verso una figurazione che sembra rievocare in qualche misura formule del cosiddetto “realismo esistenziale”, è tanto più suggestivo e spiazzante, in quanto non diminuisce bensì accentua i caratteri simbolici della composizione.
E dietro tutto ciò sia detto in conclusione – anche se può parere una banalità – c’è una padronanza professionale di alto livello; la semplicità, la sintesi, l’asciuttezza di linguaggio sono il risultato di una profonda dimestichezza con la manualità creativa. In essa si cala l’emozione esistenziale e diventa linguaggio.

Paolo Annibali
Bg {/exp:weblog:entries}